24 dicembre 2008
04 dicembre 2008
Ragazzi che protestano: politica o grande gioco collettivo?
“Okkupano” le aule in tutta Italia, invadono le piazze, organizzano cortei e assediano il Parlamento. Sono i ragazzi dei movimenti studenteschi che manifestano contro il Ministro Gelmini e il decreto che prevede una ristrutturazione dell’attuale sistema scolastico. Ma questi ragazzi sono veramente consapevoli di quel che fanno? O forse partecipano solamente a un grande gioco collettivo in cui loro non sono che pedine manovrate da politici e professori avversi al cambiamento? Certo crea qualche perplessità il fatto che alla domanda “per che cosa manifesti?”, la maggior parte degli studenti che protestano non è in grado di dare una risposta convincente. Molte volte sembra proprio che il movente della manifestazione sia non tanto un problema reale, quanto lo spirito di gruppo o il pretesto per saltare qualche tediosa ora di lezione. La confusione sui provvedimenti che verranno attuati è tanta e questo lascia presupporre che non siano molti coloro che hanno deciso di manifestare il proprio dissenso soltanto dopo essersi adeguatamente e attentamente documentati sul tanto discusso decreto. Si parla in generale di riforma, in realtà sarebbe più opportuno parlare di ristrutturazione del sistema. Già perché lo stato attuale della scuola Italiana è abbastanza preoccupante ed è necessario tornare ad un livello di qualità accettabile, sia con una ristrutturazione delle spese che con provvedimenti tecnico-didattici quali possono essere il tempo pieno piuttosto che il maestro unico, per citare i più discussi. La scuola è un’istituzione importantissima. Si tratta della formazione culturale e personale di individui. Non la si può ridurre a una “fabbrica” per impiegare i dipendenti pubblici. C’è un razionale nella proposta di taluni provvedimenti. Ad esempio, se si decide di ridurre il numero dei maestri facendo sì che in una classe ce ne sia solo uno, non è solo per far tornare i conti delle casse dello Stato. Oggi ai bambini delle scuole elementari manca una figura che sappia guidare con autorevolezza e che insegni a crescere. Questa carenza, specialmente nei più piccoli, che sono estremamente recettivi, crea indubbiamente un disagio, anche se inapparente. Quando si è parlato di bullismo? Quando c’erano i maestri unici o con l’attuale sistema? Sarà solo un caso? Non parliamo poi del grado di preparazione culturale dei nostri studenti, tradizionalmente riconosciuto come uno dei più elevati, oggi è divenuto scadente, come confermato da diversi test internazionali che mostrano dati sconfortanti a riguardo. I nostri atenei, storicamente rinomati come centri di eccellenza, culle della cultura, oggi non vengono nemmeno più citati nelle classifiche delle migliori università del mondo. Allora riflettano su questo gli studenti. Si interroghino su cosa è diventato il sistema scuola-universtià, si chiedano come sono stati spesi finora i soldi destinati all’istruzione. In dieci anni il bilancio della scuola è salito del 30%, passando da 33 a 43 miliardi di euro. Il 97% dei soldi è finito in stipendi: non in aumenti alle retribuzioni, ma nella crescita indiscriminata alle assunzioni. Qualità ed efficienza nella scuola ne hanno tratto vantaggio? Sembrerebbe proprio di no. Il problema quindi sta proprio nell’utilizzo delle risorse. È giusto che negli ultimi tre mesi siano stati assunti 3500 professori universitari quando i posti a disposizione erano inferiori? O che nel nostro Paese, ci sia un'offerta di oltre 5500 corsi di laurea (pari a circa il doppio della media degli altri stati europei) con un numero di iscritti per alcuni di questi che risulta veramente irrisorio e un numero di sedi da mantenere assolutamente sproporzionato? Riflettano i manifestanti e guardino al decreto con senso critico e senza pregiudizi dettati unicamente da vincoli ideologici. Per difendere la scuola pubblica, questa ristrutturazione è necessaria.
Pamela G.
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